Maya | Delitti e Scirocco · Caso 04
Radici avvelenate
il delitto nell'oliveto
Parte I
Le radici che non mentono
«Gli ulivi della Xylella sono la ferita più visibile del Salento. Ma c'è chi ha usato quella ferita come alibi.» — Maya Greco
Gli ulivi millenari del Salento non muoiono mai del tutto.
Anche quando la Xylella li ha svuotati dall'interno, anche quando le foglie sono bruciate e i rami si sono contorti nell'ultimo tentativo disperato di resistere, i tronchi rimangono. Restano lì, grigi e silenziosi come monumenti, con quella forma contorta e antica che sembra il risultato di secoli di lotta contro il vento e la siccità. Non c'è albero al mondo che abbia la stessa dignità nel morire.
Arrivai all'oliveto di Uggiano la Chiesa che il sole era già basso, arancione, e proiettava ombre lunghe tra i filari. L'aria aveva quel profumo denso di terra calda, resina e qualcosa di vagamente ferroso che non riuscii a identificare subito.
Lo identificai quando vidi il nastro della polizia.
Un operaio che lavorava per una cooperativa di recupero aveva trovato qualcosa mentre ripuliva il terreno intorno a un ulivo abbattuto. Aveva cominciato a rimuovere le radici con una piccola escavatrice. Poi aveva smesso.
Quello che era emerso dalla terra rossa non era una radice.
Parte II
Il biologo e la sua guerra
I resti appartenevano a Stefano Lama, trentanove anni, biologo dell'Università del Salento, ricercatore specializzato in patologie degli ulivi. Era scomparso quattordici mesi prima. La sua compagna, anche lei ricercatrice, aveva sporto denuncia dopo tre settimane di silenzio. Il caso era rimasto aperto e freddo.
Vicino ai resti: una valigia di tela impermeabile, chiusa con un lucchetto a combinazione. Dentro c'erano campioni di terreno sigillati in fiale di vetro, ciascuna etichettata con coordinate GPS e una data. Un lavoro sistematico. Tre anni di raccolta dati.
E una chiavetta USB protetta da password, avvolta in un sacchetto di plastica trasparente come se Lama sapesse che avrebbe dovuto resistere a lungo sottoterra.
Lama stava combattendo una guerra silenziosa. E qualcuno l'aveva fermato prima che la vincesse.
Parte III
La ferita nel fianco del Salento
La Xylella è un batterio che ostruisce i vasi linfatici degli ulivi, condannandoli a una morte lenta per sete. Arrivata probabilmente dal Centro America su una pianta ornamentale, si è diffusa nel Salento a partire dal 2013 con una velocità che ha sorpreso tutti — o quasi tutti.
Gli abbattimenti generano contratti. I contratti generano profitti. Chi aveva la concessione per abbattere, trasportare, smaltire gli ulivi infetti lavorava h24 con finanziamenti regionali ed europei. Chi invece poteva dimostrare di avere terreni liberi dalla malattia li vedeva rivalutarsi a dismisura. Era un mercato. Un mercato enorme, opaco, con regole scritte da chi doveva anche controllarle.
Stefano Lama aveva trovato qualcosa che non tornava. Lo dicevano le sue pubblicazioni — due articoli tecnici su riviste di settore che nascondevano, a chi sapeva leggere tra le righe, un'accusa precisa: la diffusione della Xylella in alcune zone non era del tutto naturale.
Qualcuno l'aveva aiutata.
Parte IV
Tre nomi tra i filari
🌿 I tre sospetti
- Dario Convertino — Funzionario dell'Assessorato regionale all'Agricoltura, responsabile del piano di abbattimenti nella zona di Uggiano. Aveva firmato le autorizzazioni per le aree in cui Lama aveva rilevato le anomalie. Aveva acquistato un terreno «libero da Xylella» a prezzo di realizzo, rivenduto sei mesi dopo a cinque volte il valore.
- Biosinergìa Salento — Associazione di produttori biologici con finanziamenti da un'organizzazione con sede a Malta. Aveva sponsorizzato il convegno di Lama — e poi ritirato il patrocinio quarantotto ore dopo la sua presentazione, senza spiegazioni.
- Elena Scrimieri, 37 anni — Compagna di Lama e sua collega di ricerca. Scomparsa lo stesso giorno di lui. Nessuna traccia. Nessun corpo. Viva o morta, sapeva tutto quello che sapeva Stefano. Forse di più.
Parte V
Quello che c'era nella terra
I risultati dell'analisi delle fiale arrivarono tre giorni dopo, per vie non ufficiali — un tecnico del laboratorio che conoscevo da anni, che mi mandò un messaggio cifrato con i dati grezzi.
I campioni di terreno delle zone «naturalmente» infette da Xylella contenevano una concentrazione del batterio incompatibile con la diffusione spontanea. In alcune fiale, Lama aveva trovato tracce di un carrier artificiale — una sostanza usata in laboratorio per inoculare batteri nelle piante durante gli esperimenti. Una sostanza che in natura non esiste.
La Xylella, in quelle zone, era stata seminata a mano.
Poi sbloccai la chiavetta USB. La password era una sequenza di coordinate GPS che corrispondeva al punto esatto dove era stato sepolto.
Il primo file si aprì su uno sfondo nero.
Al centro, in bianco, c'era un simbolo. Un cerchio. Una croce asimmetrica. Tre linee verticali.
Lo stesso simbolo della cenere di Santa Croce. Lo stesso di Porta Napoli. Lo stesso della masseria.
Stavolta, però, sotto il simbolo c'era qualcos'altro.
Un nome.
Il mio.