Maya | Delitti e Scirocco · Caso 02
Veleno in sacrestia
quando Lecce uccide con la bellezza
Parte I
La notte più bella
«La vittima era stesa davanti all'altare di Santa Croce. Non c'era una goccia di sangue. Ma c'era il profumo di oleandro.» — Maya Greco
Lecce di notte, durante una processione, è una città che toglie il respiro.
Le candele trasformano la facciata di Santa Croce in qualcosa di vivo — la pietra leccese sembra pulsare, come se avesse un cuore nascosto dentro le volute e i cherubini scolpiti a rilievo. La folla si muove lenta, devota, sotto i festoni luminosi. C'è il profumo dell'incenso, il canto basso delle confraternite, i bambini sulle spalle dei padri che guardano senza capire del tutto.
Io ero lì per tutt'altro.
Stavo seguendo una pista sul caso di Roca — una traccia documentale che mi aveva portato verso l'archivio della diocesi — quando mi trovai nel posto sbagliato al momento sbagliato. O forse giusto, come spesso accade in questo mestiere.
Fu una suora anziana a trovarmi nel chiostro laterale, con gli occhi spalancati e le mani che tremavano.
«Signorina, nel transetto. Padre Cosimato. Non si muove.»
Parte II
Il profumo che uccide
Don Aurelio Cosimato, ottantuno anni, canonico della basilica di Santa Croce da quarantadue, era disteso sul pavimento di pietra del transetto sinistro con un'espressione che avrei descritto come serena, quasi estatica — se non avessi saputo riconoscere la rigidità delle mascelle, il particolare azzurrino delle labbra. Avvelenamento. Non c'erano dubbi.
Accanto a lui: un calice ribaltato, con pochi millilitri di liquido scuro sull'impiantito, e un foglio piegato in quattro scritto in dialetto salentino. Le parole erano poche:
«Chistu era tou. Mo' è nuostru.» — Questo era tuo. Ora è nostro.
Ancora quel «nostro». Come a Roca.
Chiamai il 112 e aspettai senza toccare nulla. Nell'aria c'era un odore che non riuscivo ad inquadrare subito — dolciastro, leggermente amaro, persistente. Poi lo riconobbi. Oleandro. Nerium oleander: ogni parte della pianta è velenosa, bastano pochi milligrammi di glicosidi cardiaci estratti dal fiore per fermare un cuore anziano senza lasciare segni evidenti su un corpo che, si presumerà, è morto di vecchiaia.
Chi sapeva usarlo così aveva studiato. O era cresciuto sapendolo.
Parte III
Il veleno che cura
Nel Salento, la linea tra veleno e rimedio è sempre stata sottile come un filo di ragno.
Le donne anziane dei paesi dell'entroterra — Corigliano, Castrignano, Supersano — conservano ancora oggi un sapere erboristico che risale a secoli prima della farmacologia moderna. Belladonna per le febbri. Stramonio per il dolore. Ruta per le mestruazioni difficili. E oleandro, sì — in dosi minime, per i disturbi cardiaci, in un uso popolare che i medici sconsigliavano e le nonne perpetuavano.
Il tarantismo, del resto, non era che un altro modo di fare i conti con il veleno. Il morso della tarantola come metafora del male che entra nel corpo e che si può scacciare solo con il ritmo, la musica, la danza forsennata della pizzica. La guarigione come atto collettivo, mai individuale.
Qualcuno aveva trasformato questa tradizione in un'arma. Qualcuno che conosceva le piante e i loro segreti. Qualcuno di qui.
Parte IV
Tre candele per tre sospetti
Mentre aspettavo i Carabinieri, mentalmente accesi tre candele.
🕯️ I tre sospetti
- Marco Verzì, 46 anni — Restauratore di affreschi, al lavoro nella basilica da sei mesi. Accesso libero a tutti gli spazi, anche di notte. Precedente per ricettazione di opere d'arte, archiviato per mancanza di prove. Il nome era nella lista di contatti del mio telefono da prima ancora del caso di Roca.
- Rossella Cosimato, 54 anni — Nipote di don Aurelio, arrivata da Milano tre giorni prima senza apparente motivo. Unica erede del canonico. Volo di ritorno prenotato per il giorno successivo alla morte dello zio.
- L'ombra del 1997 — Un furto parziale all'archivio storico della diocesi: registri parrocchiali del dopoguerra e documenti relativi a transazioni immobiliari degli anni Quaranta. Gli stessi anni della pergamena nell'anfora di Roca. Il 1943, ancora.
Parte V
La firma nascosta
Fu Verzì stesso, il giorno dopo, a portarmi senza volerlo alla svolta.
Stavo ispezionando la navata quando lo vidi al lavoro su un pannello dietro la cantoria dell'organo — un affresco del Seicento quasi invisibile, nascosto nell'ombra. Mi avvicinai. Verzì era distratto, concentrato su una velatura di pigmento.
Sotto il suo pennello, nell'angolo in basso a destra del pannello, comparve lentamente qualcosa che non apparteneva al Seicento.
Un simbolo. Tracciato con un materiale scuro, recente — cenere, probabilmente. Un cerchio con una croce asimmetrica all'interno e tre linee verticali sul lato destro.
Lo stesso identico simbolo che avevo fotografato sul pavimento del cortile di Porta Napoli, tre settimane prima, durante quello che considero il mio Caso Zero — un omicidio che non ero riuscita a chiudere prima che il delitto di Roca mi chiamasse altrove. Lo stesso di cui non avevo ancora parlato a nessuno.
I casi erano collegati. Lo sapevo già da Roca.
Ora avevo la prova.