Maya | Delitti e Scirocco · Caso 01
L'ultima luce di Roca
morte sul mare dei Messapi
Parte I
L'alba che non mentiva
«C'era un corpo ai piedi della Torre di Roca. E nessuno, tra i pescatori del villaggio, aveva sentito niente. Davvero?» — Maya Greco
Arrivai a Roca Vecchia che il sole stava ancora decidendo se sorgere o no.
Era quella luce ambigua di inizio mattina, quando il mare è di un blu così scuro che quasi non lo distingui dal cielo, e l'unica cosa certa è l'odore. Sale. Alghe. La terra secca che esala il caldo della notte. Avevo ricevuto la chiamata di Tonino — pescatore, amico mio da vent'anni, uomo di poche parole e meno sorprese — alle cinque e venti. «Maya, vieni. C'è qualcosa che non quadra.»
Tonino non mi chiama mai senza una ragione buona. Parcheggiai la macchina sul bordo dello stradone e scesi verso la scogliera. Il vento già soffiava, carico e salato, come se il mare volesse dirmi qualcosa prima ancora che lo vedessi.
Lo vidi dall'alto della torre.
Un uomo. Faccia nell'acqua. Le mani legate dietro la schiena con quello che sembrava uno spago da rete da pesca.
Parte II
La firma spezzata
Mi avvicinai con cura, cercando di non disturbare il terreno intorno. Inutile: le onde avevano già fatto il loro lavoro. Ma c'era qualcosa accanto al corpo che l'acqua non aveva portato via, perché era incastrata tra due scogli — troppo pesante per galleggiare, troppo preziosa per essere abbandonata.
Un'anfora greca. Spezzata in tre parti pulite, come se qualcuno l'avesse rotta deliberatamente, non per accidente.
La riconobbi subito. Ceramica a figure rosse, V secolo a.C., quasi certamente recuperata dalla Grotta della Poesia o dai fondali che circondano questa costa. Roba da museo. Roba da mercato nero.
La vittima era Donato Marzo, settantadue anni, antiquario con bottega nel centro storico di Lecce, in via Templari. Lo identificai dai documenti che aveva ancora in tasca — i suoi assassini non si erano preoccupati di rubarli. Un messaggio, forse. O una firma.
Chiamai il numero dei Carabinieri di Melendugno e aspettai, seduta su uno scoglio, guardando le onde rompere contro la pietra. Il Salento sa essere brutale quanto è bello.
Parte III
Le pietre che ricordano
Bisogna capire cosa significa Roca Vecchia per capire perché qualcuno potrebbe morire qui.
Siamo su una delle coste più antiche d'Europa. La Grotta della Poesia — a trecento metri da dove giaceva il corpo di Donato Marzo — contiene oltre tremila iscrizioni rupestri risalenti all'età del Bronzo. Messapi, Greci, Romani: tutti hanno lasciato il segno su queste pareti. È il sito rupestre più importante dell'intero Mediterraneo meridionale, e per questo è anche uno dei più saccheggiati.
Il commercio illegale di reperti pugliesi è una piaga che va avanti da decenni. Oggetti recuperati in mare o sotterrati nei campi, venduti sottobanco ad antiquari compiacenti, poi rivenduti a collezionisti privati in Germania, in Svizzera, in Giappone. La Soprintendenza ci lavora, i Carabinieri del Nucleo TPC pure, ma il mercato è più veloce della legge.
Donato Marzo lo sapevo nel giro. Non come criminale conclamato — nessun precedente, nessun processo — ma come uno di quelli che «sa dove guardare» quando un cliente vuole qualcosa di particolare. L'anfora spezzata era una dichiarazione. Qualcuno gli stava dicendo che quella cosa che aveva trovato, o rubato, o venduto, apparteneva ad altri.
Parte IV
Tre ombre sul mare
Quando arrivarono i Carabinieri, avevo già in testa tre nomi.
🕯️ I tre sospetti
- Cosimo Rausa — Sindaco di un comune costiero poco distante. Tre mesi prima aveva firmato un'autorizzazione di scavo in deroga per un'area privata adiacente al sito archeologico: un'autorizzazione irrituale, contestata dalla Soprintendenza, poi misteriosamente revocata. Rausa e Marzo si conoscevano — lo aveva detto a mezza voce qualcuno, a Lecce, in uno di quei caffè dove le voci circolano senza nome.
- Luca Marzo — Il nipote. Trentacinque anni, commercialista, residente a Bologna da dieci anni. Risultava assente da quando il cadavere era stato trovato — nessuna risposta al cellulare, nessuno che lo avesse visto. Aveva un movente? Forse l'eredità. Forse qualcosa di più complicato.
- Grazia Schipa — Sessant'anni, proprietaria di una trattoria a due chilometri da lì. Tre testimoni avevano riferito di una lite furibonda tra lei e Marzo il pomeriggio precedente. «Parole grosse», mi aveva detto Tonino. «La Grazia urlava che lui l'aveva tradita.»
Tradita come? In che senso?
Parte V
Il frammento
Fu mentre i Carabinieri portavano via il corpo che vidi la cosa che avrebbe cambiato tutto.
Infilata dentro il collo spezzato dell'anfora, arrotolata come un sigaro, c'era una striscia di pergamena. Vecchia. Ingiallita. Profumava di cera e di qualcosa che non riuscivo a identificare — un odore di cantina, di muffa antica, di tempo.
La aprii con cautela, usando il bordo di un fazzoletto per non lasciare impronte.
Quattro cifre. Scritte a mano, con inchiostro scuro.
1943.
Rimasi a guardare per un lungo momento, con il vento che mi spingeva i capelli sulla faccia e il mare che continuava, impassibile, a battere sulla scogliera.
Il 1943 nel Salento non è solo una data. È una ferita che non si è mai chiusa del tutto.
E qualcuno, evidentemente, stava ancora sanguinando.