Maya alla Notte della Taranta a Melpignano

Maya | Delitti e Scirocco · Stagione 1 · Caso 05

Pizzica e Veleno

Una morte nel cuore della festa e la voce del burattinaio

🖋️ Scritto da Maya ⏱️ Tempo di lettura: ~11 min 📍 Melpignano, Notte della Taranta ⭐ Finale di Stagione · 5 Capitoli

👥 I Personaggi del Caso

Capitolo Primo

Centomila Testimoni

Melpignano, mezzanotte meno venti.

Centomila persone che ballano sotto lo stesso cielo non fanno silenzio: fanno una specie di rumore cosmico, qualcosa che senti nelle ossa prima ancora che nelle orecchie. Il tamburello scandisce un ritmo che non chiede il permesso al corpo, lo prende e basta, lo porta con sé. Capisco perché i nostri avi ci vedevano dentro qualcosa di soprannaturale. Certe musiche non vengono da questa terra. Certe musiche sono questa terra.

Io non stavo ballando.

Stavo lavorando, con le spalle al palco e gli occhi sul pubblico, un microfono nell'orecchio e una tensione tra le scapole che portavo addosso da tre giorni. Dall'oliveto. Dal momento in cui avevo visto il mio nome su quello schermo nero, sotto un simbolo di cenere. Avevo accettato l'incarico di consulente per la sicurezza dell'evento per due ragioni, e nessuna delle due era la sicurezza. La prima era stare in un posto affollato, dove uccidere qualcuno è complicato. La seconda era che sapevo — senza poterlo ancora dimostrare — che quella notte sarebbe stata importante.

Lo era.

Da mesi ormai i miei casi non erano più casi. Erano un solo fiume sotterraneo che riaffiorava sempre nello stesso punto, come l'acqua di questa terra carsica: a Roca sotto un'anfora spezzata, a Santa Croce dentro un calice d'argento, a Torre Mancina sotto la cenere di un rogo, a Uggiano tra le radici avvelenate di un ulivo. Ogni volta un morto, ogni volta un simbolo, ogni volta un uomo comprato che non conosceva il volto di chi lo pagava. E ogni volta, sempre più netta, la sensazione di camminare dentro una storia scritta da qualcun altro.

Prima di allora, il mio compito era semplice: controllare i varchi, tenere d'occhio i pass, non perdermi la ragazza che all'ingresso mi aveva chiesto se fossi un'artista. Mi ero preparata come mi preparo sempre: una piantina del backstage con le uscite segnate in rosso, la lista dello staff, il numero del maresciallo De Giorgi in cima ai preferiti. Non c'era nulla, in quella preparazione, che potesse prevedere quello che stava per accadere. È questo che mi tiene viva in questo mestiere: l'idea che il mio ordine sia soltanto una fragile diga, e che dall'altra parte ci sia sempre qualcuno che lavora nell'ombra per farla crollare.

Alle undici e quarantatré, nel brusio del mio auricolare, una voce disse:

«Maya. Camerino B. Veloce.»

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Capitolo Secondo

Il Musicista e il Silenzio

Nico Ferrante, trentasei anni, era seduto su una sedia di plastica nel camerino, con la schiena al muro e gli occhi aperti verso il soffitto.

Non respirava.

Nessun segno esteriore di violenza. Nessuna ferita, nessun livido. L'espressione era serena, quasi estatica — e qui il Salento mi tornò addosso con tutta la sua memoria, perché quella serenità l'avevo già vista, e non era pace: era assenza. Era la stessa maschera che portava don Aurelio Cosimato sul pavimento di Santa Croce.

Veleno. Di nuovo.

Il mio telefono aveva già due chiamate senza risposta mentre aspettavo i Carabinieri. Entrambe da un numero che non riconoscevo. Non risposi. Guardai invece intorno al camerino con metodo, cominciando dall'angolo in alto a sinistra e procedendo in senso orario, come mi aveva insegnato qualcuno, molti anni prima, in un'altra vita.

Lo trovai sotto il tavolo da trucco, tracciato con la cenere su un foglio di carta velina, quasi invisibile.

Il cerchio. La croce asimmetrica. Le tre linee verticali.

Non provai né sorpresa né paura. Provai qualcosa di più preciso: la sensazione di essere arrivata esattamente dove qualcuno voleva che arrivassi. Non ero la detective di questa storia. Ero una pedina mossa su una scacchiera che non avevo disegnato. E le pedine, quando se ne accorgono, hanno due strade: uscire dal gioco, o imparare a muoversi da sole.

Fuori, il concerto continuava. La folla non sapeva. Non poteva sapere. E quella ignoranza collettiva, quel mare di corpi che ballavano sopra un morto, era la cosa più perfetta che avessi mai visto: il rumore di centomila persone è il migliore assassino che esista. Copre tutto. Assolve tutti.

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Capitolo Terzo

La Pizzica come Esorcismo

Il tarantismo insegna che il veleno si neutralizza con il ritmo.

Le tarantate — le donne morse dalla taranta, o da ciò che la taranta rappresentava: il dolore, la repressione, il lutto impossibile da elaborare — venivano portate al centro della piazza, circondate dai musicisti e lasciate ballare fino allo sfinimento. La comunità intera partecipava. La guarigione era collettiva o non era.

La Notte della Taranta è nata da questa tradizione. In trent'anni, da rito locale è diventata uno degli eventi folk più seguiti d'Europa: centomila persone, telecamere, sponsor, diritti televisivi, una macchina da milioni di euro che gira attorno a qualcosa di antico e fragile, che non sempre sopravvive all'abbraccio.

E come ogni macchina da milioni di euro, aveva i suoi proprietari.

Nico Ferrante era uno di quelli che non ci stava. Tre mesi prima aveva rilasciato un'intervista in cui accusava un produttore discografico di aver acquisito i diritti di registrazione di tre canti tradizionali salentini — canti anonimi, patrimonio collettivo, cantati nelle campagne prima che esistesse il diritto d'autore — pagando in modo opaco intermediari compiacenti e poi depositando i copyright a proprio nome. L'intervista aveva fatto rumore. La denuncia formale che Ferrante aveva preparato, però, non era mai arrivata in Procura.

Adesso capivo perché.

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Capitolo Quarto

Tre Voci, un'Orchestra Sola

Anche stavolta, tre nomi. Imparo a contarli come si contano i grani di un rosario.

Il primo era Giorgio Lentini, cinquantadue anni, produttore discografico, fondatore di un'etichetta con sede a Lecce e accordi di distribuzione con major europee. Aveva perso il contratto con Radicamento due anni prima, risolto bruscamente da Ferrante dopo una lite sui diritti. Aveva il movente più ovvio. Forse troppo ovvio.

Il secondo era Salvatore Ingrosso, detto Totò, trentaquattro anni, ex percussionista di Radicamento, allontanato diciotto mesi prima per «incompatibilità creativa» — formula elegante che copriva, secondo chi conosceva i retroscena, un furto di materiale inedito. Aveva suonato nella prima parte della serata con un altro gruppo. Aveva accesso ai camerini.

Il terzo era Alessia Palmieri, quarantuno anni, cantante folk del progetto Terra Mia, concorrente diretta di Radicamento per i finanziamenti regionali alla musica tradizionale. Alcuni testimoni riferivano di una lite violenta tra lei e Ferrante due ore prima del concerto, nei corridoi del backstage.

Tre persone, tre ragioni. Un solo simbolo di cenere sotto il tavolo.

Lavorai tutta la notte nei camerini e nei corridoi, con la musica che ancora rimbombava come se il Salento stesse ballando sopra i propri morti. Fu un tecnico del suono, sottopagato e pieno di rancore verso tutti, a darmi il dettaglio che spostava l'ago: la sera del concerto, allo staff era stato distribuito un numero di pass superiore a quello previsto. Uno di quei pass era stato richiesto, per vie traverse, dall'etichetta di Lentini. Un altro, non richiesto da nessuno, risultava in mano a un uomo che nessuno ricordava di aver visto entrare.

E fu sempre il tecnico a raccontarmi della denuncia di Ferrante. Di come, dopo l'intervista, il produttore avesse provato di tutto per fargli ritirare le accuse. Di come Ferrante, invece, avesse trovato nuovi alleati: «gente importante», diceva, gente che gli aveva promesso che questa volta la denuncia sarebbe arrivata davvero.

La denuncia era arrivata, ma non in Procura. Era arrivata ai camerini, sotto forma di una goccia.

Rintracciai Alessia Palmieri all'alba, in un camper parcheggiato dietro il palco, con la voce ancora rotta dalla serata. Non era una donna che si nascondeva: era una donna che aveva smesso da tempo di credere che qualcuno l'avrebbe ascoltata.

«Dicono che ho litigato con Nico due ore prima», disse, versandosi un caffè che non bevve. «È vero. Ma non per le ragioni che immaginano i Carabinieri. Litigavamo su una cosa sola: lui voleva portare la denuncia in televisione. Io gli dicevo di andare in Procura, con un avvocato, come si fa. Lui diceva che in questa terra la giustizia arriva sempre dalla parte sbagliata.»

«Aveva ragione?»

Lei mi guardò come si guarda una che non ha ancora capito le regole.

«Ha ragione chi è morto. Guarda te.»

Non aveva un alibi per l'ora dell'omicidio — «stavo ballando come tutti, in mezzo a centomila» — ma non ne aveva bisogno. Il suo movente era quello che si dà a una rivale per farla apparire colpevole, e lei lo sapeva. Mi disse una cosa che non dimenticherò: «La musica di questa terra non ha padroni. Se qualcuno ci mette il copyright sopra, non sta rubando una canzone. Sta rubando un popolo.»

Poi chiuse il camper, e da dentro, mentre me ne andavo, la sentii canticchiare piano la stessa nenia che Nico Ferrante avrebbe dovuto intonare sul palco, qualche ora prima, se fosse rimasto vivo.

Tra gli effetti personali di Ferrante — un borsello di tela, le chiavi di casa, un taccuino riempito di notazioni musicali — c'era una chiavetta USB. Stesso modello, stesso colore grigio opaco di quella di Stefano Lama. Non era una coincidenza. In questa storia, niente era più una coincidenza.

La aprii quella notte stessa, in macchina, con il portatile sulle ginocchia. Quarantasette file audio. Registrazioni di riunioni, conversazioni, telefonate.

Le ascoltai per quattro ore, saltando avanti e indietro, cercando quello che sentivo che doveva esserci. E c'era. Voci che discutevano di trasferimenti immobiliari. Di campioni di terreno. Di archivi da svuotare. Di un prelato che sapeva troppo. Di una masseria che andava bruciata. Di un biologo che andava fermato. Di canzoni che andavano «regolarizzate».

Tutti i miei casi, in un unico nastro. Roca, Santa Croce, Torre Mancina, Uggiano, Melpignano. Un'unica regia, un unico interesse: la terra e ciò che ci cresce sopra; la memoria e ciò che la ricopre.

E poi, nell'ultima registrazione, una voce che non riconobbi subito — distorta, bassa, evidentemente modificata — che diceva, con la calma di chi è abituato a essere obbedito:

«Maya Greco sa dove cercare. È diventata un problema. Sistemiamola prima della Taranta.»

La Taranta era già finita.

Io ero ancora qui.

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Capitolo Quinto

Il Burattinaio

Chiusi il portatile. Rimasi ferma nel buio per qualche minuto, con il cuore che batteva a un ritmo che non era pizzica e non era paura, ma qualcosa d'altro: determinazione, o rabbia fredda, che è la cosa più pericolosa che posso tirare fuori.

Giorgio Lentini non fu difficile da incastrare, perché il suo peccato non era l'astuzia, ma la vanità. Un uomo che da trent'anni comprava silenzi non aveva mai imparato a tacere lui stesso. Lo trovai in albergo, con la valigia già pronta e l'aria di chi ha fatto i conti e li ha trovati comodi.

Volevo vedere che faccia ha un uomo come lui quando smette di fingere.

Non la smise. Non del tutto. Mi disse che Ferrante era «un ragazzo che si era montato la testa», che le canzoni erano «patrimonio di nessuno, quindi di chi le sa gestire», che lui non aveva ucciso nessuno, che l'oleandro era «sbucato da solo» nel bicchiere. La stessa litania che avevo già sentito a Roca, a Torre Mancina, a Uggiano: non io, non proprio io, non io solo. La lingua dell'impunità, che in questa provincia si tramanda come un dialetto.

Ma caddie da solo, come crollano i vanitosi: gli feci sentire, dal mio telefono, la registrazione della sua stessa voce dieci giorni prima, in una riunione che credeva al sicuro, in cui parlava di «un prete che va sistemato», di «un uliveto che va liberato», di «un cantante che va zittito». Il problema di chi compra i silenzi è che vende anche i propri. Non si può essere al centro di un traffico di segreti senza lasciare, da qualche parte, il proprio.

«Chi è l'uomo della voce distorta?» gli chiesi. «Quello che dà gli ordini.»

Lentini rise, un riso amaro e stanco.

«Non lo so nemmeno io. Nessuno lo sa. Cambia voce, cambia mani, cambia nomi. Ti dico solo questo, Maya: tu credi di aver capito tutto, ma sei ancora fuori dalla stanza. Noi siamo le mani. Lui è il braccio. E il braccio risponde a qualcosa che non ha né volto né nome. Qualcosa che questa terra si porta dietro dal 1943.»

Lo guardai arrendersi, e in quel momento ebbi più paura di prima, non meno. Perché un uomo che non conosce il nome del proprio padrone è un uomo libero da ogni scrupolo: può fare il male senza nemmeno doverlo giustificare a se stesso. Alle nove di mattina, in una stanza d'albergo con le tende ancora chiuse, capii che il vero volto del 1943 non era Lentini, non era Convertino, non era nessuno di quelli che avevo incastrato. Era l'idea stessa che si potesse comprare tutto — un prete, un biologo, un muro di pietra, una canzone — e che comprare bastasse a possedere.

«Mi dispiace per lei», dissi a Lentini, e lo dicevo davvero. «Perché passerà il resto della vita a chiedersi chi era il suo padrone. Io lo scoprirò.»

Lui non rispose. Gli uomini come lui non hanno mai l'ultima parola. La prendono sempre gli altri, alla fine.

Il maresciallo De Giorgi lo portò via all'alba. Il caso dell'omicidio di Nico Ferrante era chiuso. Un produttore arrivista, un patrimonio da saccheggiare, una goccia di veleno. Come sempre, la superficie era pulita.

Il resto, lo sapevo, cominciava soltanto adesso.

Andai a finire la notte sul lungomare di San Focà, dove il mare del Salento si apre verso est e all'alba sembra promettere qualcosa. Avevo i nomi. Avevo i documenti. Avevo la cassetta di Stefano, il dossier dei Castriota, la fotografia di don Carlo, la chiavetta di Ferrante. Avevo, per la prima volta, un disegno completo: non cinque delitti, ma una sola eredità avvelenata che passava di mano da ottant'anni, dai podestà del '43 ai fondi immobiliari del nuovo millennio, dalle firme false sui terreni sequestrati alle firme vere sulle concessioni di oggi.

Ma non avevo il volto di chi tirava i fili. E finché non l'avessi avuto, sapevo che qualcuno, da qualche parte in questa provincia che amo fino a soffrirne, stava già decidendo come e quando sistemare anche me.

Presi il telefono e chiamai l'unica persona di cui mi fidassi abbastanza.

«Ho i nomi», dissi, quando rispose. «Tutti. E ho le prove per almeno quattro dei cinque casi. Ma non ho il burattinaio.»

Dall'altra parte ci fu un silenzio lungo. Poi, una voce che conoscevo da quando ero bambina, e che non avevo mai sentito così stanca:

«Allora non è finita, Maya.»

«No», dissi. «Non è finita. È appena cominciato il secondo atto.»

Il sole spuntava sul mare, color rame e livido, e la pietra leccese alle mie spalle cominciava a scaldarsi. Il Salento ha il difetto di essere troppo bello per nascondere le cose brutte che ci succedono dentro. La pietra assorbe tutto — la luce, il calore, i segreti. Ma i segreti, a differenza della luce, non li restituisce la notte. Restano lì, murati dentro le facciate barocche, sepolti tra le radici degli ulivi, affogati nelle acque di Roca. Aspettano che qualcuno venga a scavarci dentro.

Per questo sono qui.

Torno tra un mese. Con i nomi. Con le prove. Con la seconda stagione.