Maya su un viottolo di campagna tra i muretti a secco

Maya | Delitti e Scirocco · Stagione 1 · Caso 03

La Masseria Bruciata

Il rogo di Torre Mancina e la cassaforte del 1943

🖋️ Scritto da Maya ⏱️ Tempo di lettura: ~11 min 📍 Campagna Maglie–Otranto 📖 5 Capitoli integrali

👥 I Personaggi del Caso

Capitolo Primo

La Cenere sullo Scirocco

C'è un vento, nel Salento, che non ti lascia in pace.

Lo scirocco arriva dal Nord Africa carico di polvere rossa e di una pesantezza che si posa sui pensieri prima ancora che sul corpo. Ti rallenta. Ti appesantisce. Gli anziani dicono che nelle giornate di scirocco forte è meglio non prendere decisioni importanti, perché il vento del deserto annuvola la mente e scalda il sangue nel modo sbagliato.

Quel pomeriggio soffiava forte, e io lo sentii non appena scesi dalla Panda, parcheggiata sul ciglio di una strada bianca a metà tra Maglie e Uggiano, in quella campagna piatta e silenziosa dove i muretti a secco tracciano confini che nessuna mappa riconosce ma tutti rispettano.

Avevo avvisato De Giorgi. Gliel'avevo detto, a Lecce, con la fotografia di don Carlo ancora tra le dita: la verità è a Torre Mancina, e qualcuno sta preparando il fuoco. Ero arrivata in tempo per le carte. Non ero arrivata in tempo per la pietra.

La masseria Torre Mancina era quello che restava di un palazzo rurale del Settecento: quattro muri anneriti, un tetto crollato, le finestre come orbite vuote. Il fumo che si alzava ancora oltre la macchia degli ulivi era grigio, pigro, quasi annoiato — come se l'incendio avesse già detto tutto quello che aveva da dire e adesso aspettasse soltanto noi.

L'aria sapeva di bruciato. Sapeva anche d'altro, ma ci vollero ancora un paio d'ore perché lo capissi davvero.

I Carabinieri di Maglie erano già sul posto. Mi aspettava fuori dal perimetro transennato un maresciallo con cui avevo collaborato due anni prima su una storia di abigeato, e che De Giorgi aveva avvertito di lasciarmi passare. Aveva una faccia che non prometteva nulla di buono.

«Non è un incidente», disse, senza preamboli.

Non lo era. I tecnici avevano individuato tre punti di innesco: uno nel fienile, uno nel magazzino degli attrezzi, e uno — il più anomalo — nella cantina. Tre fuochi appiccati in sequenza, in punti studiati per garantire che le fiamme corressero prima verso l'interno e poi verso l'esterno. Qualcuno che sapeva com'era costruita la masseria. Qualcuno che ne conosceva ogni angolo, ogni muro, ogni via d'aria.

I proprietari, Salvatore e Ada Castriota, erano irreperibili da diciotto giorni. Nessuno aveva sporto denuncia di scomparsa, perché nessuno, tra i vicini, aveva trovato il coraggio di farla.

«Avevano detto in giro che andavano a trovare il figlio a Torino», mi spiegò il maresciallo. «Ma il figlio a Torino non li ha mai visti arrivare.»

Rimasi a guardare i muri anneriti. Provavo qualcosa che conoscevo bene e che non mi piaceva: il peso di una profezia che si avvera. A Lecce avevo gridato in faccia a De Giorgi che il fuoco stava covando. Avevo ragione, e avevo perso. Perché avere ragione troppo tardi, in questo mestiere, è un modo raffinato di avere torto.

Poi il maresciallo mi portò in cantina, e mi mostrò il caveau.

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Capitolo Secondo

Il Caveau Murato

Era un vano murato in un angolo della cantina, dietro una scaffalatura di metallo arrugginita, invisibile a chi non sapesse cercarlo. La porta di acciaio era aperta. Non sfondata. Non scardinata. Aperta. Con la combinazione.

Qualcuno che conosceva il codice era entrato, aveva preso quello che cercava, e poi aveva dato fuoco a tutto per cancellare il resto.

Ma aveva lasciato qualcosa.

In un angolo che le fiamme avevano risparmiato — per caso o per una di quelle ironie di cui è fatta la giustizia delle cose — c'era una cartellina di cartone che era sopravvissuta solo grazie a uno spesso involucro di tela cerata. La aprii con le mani coperte dai guanti che mi aveva passato il maresciallo.

Dentro: fotografie, documenti, appunti dattiloscritti, ricevute. Un dossier messo insieme con cura nel corso di anni. Forse di decenni. La stessa pazienza ossessiva che avevo visto nel plico di don Carlo, nella lettera di Santa Croce.

C'erano nomi di funzionari pubblici. C'erano date di transazioni immobiliari degli anni Quaranta. C'erano trasferimenti di proprietà avvenuti durante l'occupazione, o subito dopo, in quel caos legale che seguì il 1943 e che qualcuno, evidentemente, aveva saputo sfruttare molto bene.

E in fondo alla cartellina, su un foglio separato, scritto con una grafia diversa, più nervosa, c'era un nome che riconobbi.

Cosimo Rausa.

L'ex sindaco del litorale. L'avvocato d'affari che a Roca Vecchia aveva provato a comprare la terra sopra la necropoli per costruirci un resort. Il nome che Grazia Schipa aveva fatto con disprezzo. Il nome che, due minuti dopo, trovai anche in fondo a una pagina di ricevute: una serie di pagamenti che portavano tutti a un'unica destinazione, uno studio immobiliare di Lecce, e dietro quello studio un fondo con sede in Lussemburgo.

Lo Studio Imperiale Immobiliare.

Rimisi tutto nella cartellina con la cautela con cui si maneggia un gatto morto. Guardai oltre il muro annerito, verso gli ulivi immobili nel caldo pesante del pomeriggio.

Lo scirocco, a un tratto, smise di soffiare.

Questo, da queste parti, è il segnale peggiore.

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Capitolo Terzo

La Terra e il Sangue

Per capire Masseria Torre Mancina bisogna capire che cosa significa la terra, nel Salento del dopoguerra.

Le masserie non erano solo fattorie. Erano fortezze economiche, centri di potere, simboli di una gerarchia sociale che era sopravvissuta all'unità d'Italia, alle guerre, alla riforma agraria. Le famiglie che le possedevano controllavano il lavoro dei braccianti, l'accesso all'acqua, la distribuzione delle risorse in un raggio di chilometri. Perdere una masseria significava perdere tutto. E le terre di questa provincia hanno memoria lunga: le ingiustizie non si dimenticano, si accumulano come la polvere di scirocco sui vetri, finché qualcuno non le spazza via con un gesto brusco.

I Castriota avevano ottenuto Torre Mancina nel 1947. Circostanze che i vicini più anziani, quando riuscivo a farli parlare, descrivevano sempre con la stessa formula evasiva: «Non fu tutto limpido.» C'era un ramo cugino della famiglia, i Castriota di Corigliano, che da settant'anni rivendicava diritti sull'eredità. Una lite che aveva attraversato tribunali, notai, mediatori, e non aveva mai trovato pace.

E nei paesi, le vendette non hanno prescrizione.

Tornai a camminare intorno alle macerie, cercando di ordinare i pensieri in tre colonne, come sempre.

Il primo nome era Rocco Castriota, sessantotto anni, cugino del ramo di Corigliano, protagonista dell'ultima causa intentata contro i proprietari — rigettata in appello appena due anni prima. Un uomo che aveva dedicato la vita adulta a recuperare quello che considerava un torto, e che, mi riferirono, aveva accolto la notizia dell'incendio con un commento di troppo davanti a troppe persone. Un commento che suonava come una confessione, o come la cosa che gli somiglia di più: la soddisfazione di un uomo troppo stanco per fingere.

Il secondo nome era Studio Imperiale Immobiliare, l'agenzia di Lecce che negli ultimi sei mesi aveva avanzato tre offerte di acquisto per il terreno su cui sorgeva la masseria, tutte rifiutate. Il fondo lussemburghese dietro di essa era il tipo di struttura che compare quando ci sono soldi da spostare e nessuno da mostrare.

Il terzo era il più doloroso. Carmela Castriota, trentadue anni, figlia dei proprietari scomparsi. Risultava ospite di un convento di clausura a Nardò da quattro mesi — proprio da quando le trattative con l'agenzia erano entrate nel vivo. Una scelta di ritiro spirituale, dicevano le suore. O una protezione. O una fuga.

Prima di andare da lei, volli però capire una cosa che nessuno sembrava voler dire ad alta voce: chi, tra i vivi, conosceva la combinazione del caveau?

La risposta arrivò per esclusione. Non i cugini di Corigliano, che da decenni non mettevano piede in masseria. Non la figlia, che era in convento. Non i vicini, che non sapevano nemmeno che il caveau esistesse. La conoscevano i proprietari, naturalmente. E la conosceva una sola altra persona: l'uomo che da trent'anni amministrava Torre Mancina, che teneva i conti, che pagava i braccianti, che accompagnava i Castriota a ogni atto, a ogni notaio, a ogni causa. L'uomo di fiducia.

Ignazio Sparascio.

Quando lo seppi, non provai la sorpresa che avrei dovuto. Provai quella sensazione precisa che mi prende quando un tassello va al suo posto con uno scatto troppo netto per essere casuale. Il fuoco appiccato da chi conosceva ogni angolo. Il caveau aperto con la combinazione. La scomparsa raccontata al paese con una storia di viaggio — e le storie di viaggio, da queste parti, servono sempre a coprire una buca nella terra.

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Capitolo Quarto

La Figlia in Clausura

Il convento di Nardò era un blocco di tufo basso, con le persiane sempre chiuse e un orto che nessuno vedeva mai. Mi ricevette il padre cappellano, diffidente, poi una suora anziana, poi finalmente Carmela, in un parlatorio freddo, con la grata fra noi e le mani intrecciate in grembo.

Non era una donna sconfitta. Era una donna in attesa, come chi sa che una cosa terribile sta per succedere e ha deciso di sopravviverle stando immobile.

Non ci volle molto perché parlasse. Era arrivata al convento perché sua madre, quattro mesi prima, le aveva telefonato in piena notte per dirle una frase sola: «Non tornare, e non firmare niente. Qualunque cosa ti dica Ignazio, non firmare niente.» Suo padre non aveva mai telefonato. Solo sua madre. Solo quella volta. Come se sapesse già che da lì a poco la voce le sarebbe mancata.

Carmela mi raccontò dei Castriota e del 1947. Della masseria ottenuta attraverso documenti che «non erano tutti puliti», lo diceva senza giri di parole, con una lucidità che mi disarmò. Del registro del 1943 che era passato di mano in mano — da don Carlo Cosimato alla sua famiglia, alla sua famiglia che lo aveva custodito per decenni come un'assicurazione, la prova di ciò che i Castriota erano stati e di ciò che i Rausa, i Marzo e i loro amici avevano costruito sopra le terre sequestrate. Della decisione, presa insieme ai genitori pochi mesi prima, di consegnare finalmente tutto alla Procura.

«Non per vendetta», mi disse. «Per finirla. Eravamo stanchi di essere i guardiani di una colpa che non era nostra.»

E mi raccontò di Ignazio. Del fattore che da mesi la chiamava, gentile e insistente, per convincerla a firmare una procura, a vendere, a «sistemare le cose di famiglia». Di come lei avesse rifiutato ogni volta. Di come, l'ultima volta, lui avesse perso la maschera per un istante e le avesse detto una frase che non aveva dimenticato:

«Vostra madre mi ha trattato come un servo per trent'anni. Ricordatevelo, quando vi chiederete perché le cose sono andate così.»

Fu in quel parlatorio freddo, con l'odore di cera e di verdura bollita che veniva dall'orto, che il quadro si chiuse. Sparascio conosceva la combinazione. Sparascio conosceva ogni angolo della masseria. Sparascio aveva un motivo — trent'anni di rancore servile, e dei debiti che il fondo lussemburghese era pronto a pagare. E Sparascio, per ultimo, era l'unico che avesse raccontato al paese la storia dei Castriota «andati a Torino», una storia che nessuno poteva verificare e che serviva soltanto a guadagnare tempo.

Rimaneva una domanda, e me la portai via dal convento come si porta via una spina: dov'erano i corpi di Salvatore e Ada Castriota?

La risposta, me lo sentivo, era sepolta sotto la stessa cenere che avevo calpestato tutta la giornata.

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Capitolo Quinto

Il Fuoco Non Mente

Ci vollero due giorni e un georadar, ma i corpi li trovammo dove la terra era stata smossa di recente: nel vecchio pozzo artesiano, riempito di calce e coperto di detriti dell'incendio. Salvatore e Ada Castriota erano morti prima che la masseria bruciasse. Il fuoco non era servito a ucciderli. Era servito a cancellare le prove di un duplice omicidio e a dare al paese una spiegazione comoda: due vecchi proprietari scomparsi, una masseria che va a fuoco, un cugino rancoroso da incolpare.

Rocco Castriota fu arrestato per primo, infatti, e per due giorni i giornali lo diedero per colpevole. Ma Rocco era solo l'ennesimo uomo usato: aveva saputo dell'incendio e non aveva nascosto la sua soddisfazione, perché gli avevano fatto credere — gli avevano promesso — che la masseria, una volta libera, sarebbe tornata al suo ramo di famiglia. Gli avevano dato un motivo da mostrare al mondo, e lui, povero vecchio consumato dal torto, se l'era tenuto stretto senza capire che era una corda al collo.

Ignazio Sparascio lo prendemmo tre giorni dopo, in un casale di campagna vicino a Galatina, con una valigia già pronta e un biglietto per il Nord.

Non oppose resistenza. Non negò. Raccontò, con la voce piatta di chi ha smesso da tempo di credere alle proprie scuse, di come il fondo lo avesse avvicinato un anno prima, di come i debiti lo avessero reso disponibile, di come i Castriota — «quella donna, soprattutto, quella donna che mi chiamava per nome come si chiama un cane» — avessero rifiutato di vendere e minacciato di consegnare le carte alla Procura. Dell'oleandro non sapeva nulla, precisò con una punta di orgoglio stonata: lui i corpi li aveva nascosti, il fuoco l'aveva appiccato, ma il veleno della sacrestia era stato «cosa loro, cosa dei signori». Quando disse «i signori», indicò vagamente l'aria davanti a sé, come se i signori fossero ovunque e in nessun luogo.

Aveva consegnato il registro del 1943, il documento che i Castriota custodivano da mezzo secolo. L'aveva consegnato a un uomo che non aveva mai visto in faccia, dietro un compenso che non avrebbe mai ammesso. Nel caveau, ormai lo sapevo, era rimasta soltanto la copia che Carmela aveva preparato in segreto, l'assicurazione dentro l'assicurazione, la precauzione di una figlia che aveva capito prima di tutti che la sua famiglia stava per essere cancellata.

Il caso dell'incendio era chiuso. Il caso della masseria, quello vero, era appena cominciato.

Uscii dal casale nell'aria della sera, con De Giorgi che mi camminava accanto in silenzio. In lontananza, oltre i muretti a secco, il profilo degli ulivi si faceva scuro contro un cielo color rame. E fu proprio lì, guardando quei tronchi contorti che mi parevano giganti piegati dal dolore, che mi tornò in mente una riga del dossier, una riga che avevo letto e rimesso a posto troppo in fretta.

Un elenco di terreni. Un nome di località. E una parola che non mi era sembrata importante e che adesso mi bruciava in gola.

Uggiano la Chiesa.

«Maresciallo», dissi. «Il registro del '43 non è andato perduto. È andato avanti. C'è un'altra famiglia, un'altra terra, un altro custode. E se conosco questa gente, qualcuno, da quelle parti, sta già scavando dove non dovrebbe.»

De Giorgi si accese una sigaretta al riparo del vento.

«Che vuoi dire, Maya?»

«Voglio dire che a Uggiano c'è un oliveto. E che sotto le radici degli ulivi, da queste parti, si nasconde sempre qualcosa.»