L'oleandro nel calice di don Aurelio e l'archivio del 1943
🖋️ Scritto da Maya⏱️ Tempo di lettura: ~12 min📍 Lecce, Basilica di Santa Croce📖 5 Capitoli integrali
👥 I Personaggi del Caso
Maya: Voce narrante, investigatrice informale e scrittrice.
Don Aurelio Cosimato: 81 anni, canonico anziano di Santa Croce, custode dell'archivio del fratello don Carlo.
Maresciallo Antonio De Giorgi: Comandante Carabinieri di Melendugno.
Marco Verzì: 46 anni, restauratore di affreschi con un passato di ricettazione.
Rossella Cosimato: 54 anni, nipote ed erede del canonico, arrivata da Milano.
Suor Immacolata: anziana religiosa del chiostro, testimone silenziosa.
Cosimo Rausa: ex sindaco del litorale, avvocato d'affari e tessitore di cordate immobiliari.
Capitolo Primo
La Notte della Processione
Lecce, la sera del 12 settembre.
Non so dire con precisione quando quella città abbia smesso di essere soltanto il luogo in cui sono nata, per diventare il mio archivio personale di ombre. So che quella sera, mentre le confraternite avanzavano lente lungo via Umberto I con i ceri accesi e la facciata di Santa Croce pulsava di una luce dorata come se avesse un cuore dentro la pietra, io non ero lì per pregare.
Ero lì per un foglio.
Dopo la morte di Donato Marzo a Roca Vecchia, una pista documentale mi aveva portato verso l'archivio della diocesi. «Se le carte del '43 esistono ancora», mi aveva detto Grazia Schipa sulla soglia della sua trattoria, «sono passate per le mani della Chiesa, non per quelle dei notai.» E così, con la scusa di una consultazione storica sui registri parrocchiali del dopoguerra, mi ero fatta ricevere dal canonico anziano della basilica, don Aurelio Cosimato, ottantun anni, quarantadue dei quali passati tra quelle navate come un guardiano silenzioso.
Non era andata bene come speravo. Il vecchio prete mi aveva ascoltato con cortesia infinita, senza mai guardarmi negli occhi, e alla fine mi aveva congedato con una frase che mi era rimasta addosso come una scheggia:
«Ci sono carte, signorina, che non fanno bene a chi le legge. E ci sono carte che non fanno bene a chi le tiene chiuse. Con il tempo ho capito che il secondo rischio è il peggiore.»
Poi, dietro le sue spalle, avevo visto la porta della sagrestia socchiusa, e dentro una scrivania, e sopra la scrivania un plico legato con lo spago.
Quella sera alla processione stavo tornando alla carica. Volevo quel plico.
Fu una suora anziana a trovarmi nel chiostro laterale, lontano dal corteo, dove l'odore dell'incenso si faceva più tenue e si sentiva soltanto la cera che colava dai ceri e il respiro della pietra. Aveva gli occhi spalancati e le mani che le tremavano attorno a un rosario di madreperla.
«Signorina», disse, e la voce le uscì come un filo. «Signorina. Nel transetto. Padre Cosimato. Non si muove.»
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Capitolo Secondo
Il Calice, la Cera e il Segno
Don Aurelio Cosimato era disteso sul pavimento di pietra del transetto sinistro, la testa leggermente reclinata verso la cappella di San Francesco da Paola, le mani composte lungo i fianchi come se qualcuno gliele avesse sistemate dopo.
Avrei potuto scambiarlo per un uomo addormentato — per un vecchio prete crollato dopo una funzione troppo lunga — se non avessi imparato, in anni di cose viste e mai volute vedere, a riconoscere certi dettagli che la morte lascia addosso ai vivi. Le mascelle erano serrate e rigide. Le labbra avevano quel particolare azzurrino che non è il freddo, ma la fine. La fronte era liscia: nessun segno di lotta, nessuna smorfia.
Avvelenamento. Non ebbi il minimo dubbio.
Accanto a lui, ribaltato sul fianco, un calice d'argento, con pochi millilitri di liquido scuro ancora densi sul fondo. E poco più in là, un foglio piegato in quattro, scritto con una grafia minuta e nervosa in dialetto salentino:
Chistu era tou. Mo' è nuostru.
Questo era tuo. Ora è nostro.
L'avevo già sentito, quel «nostro». L'avevo sentito nella notte di Roca, nella piega di una conversazione interrotta, in quella parola al plurale che nelle storie di questa terra non significa mai "io e te": significa un uomo che parla a nome di altri, che non mostra mai il proprio volto.
Chiamai il 112 e aspettai senza toccare nulla. Attorno a me la processione continuava, invisibile dietro le mura: il canto delle confraternite saliva e ricadeva come un respiro. Nessuno sapeva. Sarebbero arrivati i turisti, il giorno dopo, a fotografare i putti della facciata senza immaginare che dentro, a pochi metri, si era consumato il secondo atto di una storia che aveva radici nel 1943.
Ero ancora inginocchiata accanto al corpo quando l'aria mi portò un odore che non riuscivo a inquadrare — dolciastro, leggermente amaro, con una punta di miele andato a male. Lo inseguii con la memoria tra i miei anni di campagna, tra i giardini delle masserie, finché non lo ebbi.
Oleandro. Nerium oleander.
Il fiore più bello e più falso del Sud: profumato di pesca, colorato di rosa, e velenoso in ogni sua fibra. Bastano pochi milligrammi di glicosidi cardiaci, estratti con metodo dal fiore o dalla corteccia, per fermare un cuore anziano senza lasciare un segno che un medico distratto possa leggere come altro che una fine naturale. Chi lo aveva usato sapeva quello che faceva. Aveva studiato. O era cresciuto sapendolo.
Mi alzai lentamente e cominciai a ispezionare il transetto, l'angolo in alto a sinistra e poi in cerchio, come mi aveva insegnato molti anni prima qualcuno in un'altra vita.
Lo trovai sul quarto gradino dell'altare, tracciato con un materiale scuro e polveroso, quasi invisibile contro il grigio chiaro della pietra.
Un cerchio. Una croce asimmetrica all'interno. Tre linee verticali sul lato destro.
La firma della cenere. La stessa che avevo fotografato, tre settimane prima, sul pavimento del cortile di Porta Napoli — il caso che non ero riuscita a chiudere e che ormai chiamavo, con una punta di vergogna, il mio Caso Zero.
Non era un simbolo nuovo. Era un simbolo che tornava. E le cose che tornano, in questo mestiere, non sono mai fini a se stesse.
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Capitolo Terzo
L'Archivio Scomparso
Il maresciallo Antonio De Giorgi arrivò alle undici e dieci, con la cartellina sottobraccio e una faccia che conoscevo bene: quella di un uomo che aveva sperato, per una volta, di passare una notte tranquilla.
«Maya», disse, fermandosi sulla soglia del transetto. «Non faccio più in tempo a stupirmi. Ti trovo dentro una basilica come due settimane fa ti ho trovata su una scogliera.»
«Maresciallo, questa volta non è una lite per le nasse. È don Aurelio Cosimato.»
De Giorgi guardò il corpo, poi il calice, poi il foglio in dialetto che gli indicai senza toccarlo. Si chinò sulle ginocchia con un grugnito, annusò l'aria, e si rialzò piano.
«Oleandro», mormorò, e mi guardò. «Lo hai riconosciuto anche tu.»
«Sì. E c'è un'altra cosa. Guardi il quarto gradino dell'altare.»
De Giorgi illuminò la pietra con la torcia. Per un lungo istante non disse nulla. Poi, con una voce che si era fatta più bassa:
«Il cerchio. La croce storta. Le tre linee.» Si voltò verso di me. «Come a Porta Napoli.»
«Come a Porta Napoli», confermai. «Come ovunque.»
Lo portai poi a vedere ciò che avevo notato per ultimo, e che mi aveva gelato il sangue più del resto. La mano destra di don Aurelio era chiusa a pugno, rigida nella morte. Tra le dita, così serrata che era stato necessario aprirle con delicatezza, c'era una chiave antica, di ferro brunito, con il gambo consumato dall'uso. Una chiave che non apriva la sagrestia, perché la sagrestia aveva una serratura moderna. Una chiave che apriva qualcos'altro.
Mentre la scientifica cominciava il suo lavoro lento, De Giorgi mi prese da parte nel chiostro e mi raccontò la parte che non conoscevo.
Nel 1997, mi disse, l'archivio storico della diocesi di Lecce aveva subito un furto parziale. Non era finito sui giornali — in quegli anni le cronache avevano altro da raccontare — ma dai registri risultava la sparizione di una serie di documenti: registri parrocchiali del dopoguerra, alcune corrispondenze riservate, e, secondo una nota interna che De Giorgi aveva recuperato chissà come, «una cartella relativa a transazioni immobiliari degli anni Quaranta».
Gli anni Quaranta. Il 1943. Sempre lo stesso anno che si arrampicava da Roca fino a qui, come un'edera su un muro vecchio.
«Solo che nel 1997 non sparì tutto», aggiunse De Giorgi. «Rimase qualcosa. Perché nel 1997 c'era un prete che si chiamava don Carlo Cosimato, fratello di don Aurelio, parroco di questa stessa basilica. E don Carlo, prima di morire, si era preoccupato di mettere al sicuro ciò che restava.»
«E lo affidò al fratello», dissi.
«A quanto pare», disse De Giorgi. «A un fratello che stanotte custodiva qualcosa che non ha voluto consegnare. Fino alla fine.»
Rimasi in silenzio. Grazia Schipa me lo aveva detto a Roca: le carte del nonno erano state affidate a don Carlo, nascoste nell'archivio parrocchiale. E don Carlo, prima di morire, le aveva passate al fratello Aurelio. La catena era chiara. E a un certo punto di quella catena, stanotte, qualcuno aveva deciso di spezzarla.
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Capitolo Quarto
L'Oleandro in Fiore
Tre nomi, come sempre. Imparo a contarli sulle dita, nei primi giorni di ogni caso, come si contano i grani di un rosario laico.
Il primo era Marco Verzì, quarantasei anni, restauratore di affreschi. Lavorava nella basilica da sei mesi su un intervento alle decorazioni della navata centrale. Aveva accesso a ogni spazio, compresa la sagrestia, compreso l'archivio. E aveva un passato che graffiava: dieci anni prima, un procedimento per ricettazione di opere d'arte, archiviato per mancanza di prove. Il suo nome era comparso, tempo addietro, in una lista di contatti che avevo ereditato dalle indagini su Donato Marzo. Il mondo dell'arte sommersa è piccolo, e i suoi abitanti si conoscono tutti.
La seconda era Rossella Cosimato, cinquantaquattro anni, nipote di don Aurelio, arrivata da Milano tre giorni prima senza un motivo che reggesse. Don Aurelio non aveva famiglia stretta: lei era l'unica erede. E aveva prenotato un volo di ritorno per il giorno dopo la morte dello zio — un dettaglio che, a leggerlo freddo, sembrava una fuga.
Il terzo nome non aveva volto. Era il fantasma del 1997: qualcuno, ventisette anni prima, aveva svuotato l'archivio diocesano dei documenti del '43. Chiunque fosse, conosceva le carte. E chi conosce le carte, le cerca.
Cominciai da Verzì, perché era il più vicino alla scena e il più facile da osservare.
Lo trovai all'opera nella navata, su un ponteggio, con un pennello sottile tra le dita e l'aria di chi non vuole essere interrotto. Parlammo di pigmenti, di velature, di come si riconosce un affresco rifatto da uno autentico. Fu lui, con una noncuranza che mi parve studiata, a mostrarmi il pannello dietro la cantoria dell'organo: un affresco del Seicento quasi invisibile nell'ombra, sul quale stava lavorando proprio in quei giorni.
Fu sotto il suo pennello che vidi comparire, nell'angolo in basso a destra del pannello, qualcosa che al Seicento non apparteneva. Tracciato con materia scura e recente, quasi certamente cenere.
Il cerchio. La croce asimmetrica. Le tre linee verticali.
Non dissi nulla. Ma capii che il segno non era soltanto una firma lasciata per spaventare. Era un marchio di proprietà. Qualcuno stava dicendo, a chi sapeva leggere, che quella chiesa, quelle carte, quella storia erano sue.
Tornai da Rossella nel pomeriggio, in un alberghetto vicino a Porta Rudiae. Non era la donna fredda e calcolatrice che avevo immaginato. Era una donna spaventata. Mi disse che lo zio, negli ultimi mesi, le aveva telefonato più volte, sempre di notte, sempre con la stessa frase: «Non tornare. Qualunque cosa succeda, non tornare.» Era tornata lo stesso, perché era l'unica famiglia che le restava, e adesso aveva paura di essere arrivata troppo tardi. Non mi convinse fino in fondo — la paura può essere anche un'ottima recita — ma mi tolse di dosso la certezza che fosse lei.
Fu un dettaglio a incastrare Verzì. Non una confessione, non un testimone. Un granello.
Mentre la scientifica ripercorreva le ore del restauratore, un tecnico mi riferì una cosa che non aveva messo a verbale: sulle suole degli stivali di Verzì, e sul pianale del suo furgone, erano state trovate tracce di polline di oleandro. Nessuno dei giardini attorno alla basilica ne aveva. Verzì, invece, ne aveva uno intero, dietro casa, in un paese dell'entroterra. Un giardino che sua madre — una masciara, una guaritrice di campagna, morta da anni — aveva piantato e curato con la sapienza antica delle donne di questa terra, quelle che conoscono la differenza tra una dose che cura e una dose che uccide.
Lo affrontai la sera stessa, sulla porta di casa sua, con De Giorgi e due uomini appostati poco più in là.
Non negò a lungo. Crollò con una rapidità che mi lasciò addosso più tristezza che soddisfazione.
Mi disse che era stato chiamato, mesi prima, da un uomo senza volto — così lo chiamò, e non seppi se per paura o per reale ignoranza del nome. Gli avevano chiesto soltanto di cercare, dentro Santa Croce, un plico del 1943, e di consegnarlo. In cambio: la cancellazione di vecchi debiti, la protezione da un passato che poteva rovinarlo, e la promessa di lavori per anni.
«Non dovevo uccidere nessuno», ripeteva, con gli occhi vuoti. «Dovevo solo trovare le carte. Poi il vecchio mi ha visto frugare nell'archivio. Mi ha riconosciuto. Ha detto che avrebbe chiamato la Procura, che quelle carte dovevano uscire, che era stanco di portarle addosso come una croce. E io...»
Non finì la frase. Non ce n'era bisogno.
L'oleandro era stato la sua firma personale, e nello stesso tempo la firma di un altro: il segno della cenere che lui stesso aveva visto tracciato a Porta Napoli e altrove, e che aveva imitato, credendo di confondersi nella folla degli assassini. Invece si era tradito, come si tradisce sempre chi copia una firma che non è la sua.
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Capitolo Quinto
La Sagrestia che Parla
Verzì fu arrestato quella notte. Un uomo di quarantasei anni, con le mani buone per dipingere e un'anima comprata a rate, che aveva versato qualche goccia di troppo nel calice di un vecchio prete per non perdere la sua piccola, sporca tranquillità.
Il caso dell'omicidio, come lo chiamano i giornali, era chiuso. Ma io lo sapevo, ormai, che quei casi non si chiudono mai davvero.
La mattina dopo tornai a Santa Croce. La basilica era riaperta ai turisti, la processione già dimenticata, il transetto lavato. Ma io portavo con me la chiave di ferro che don Aurelio aveva stretto in pugno fino a farsi male.
Non apriva la sagrestia. Non apriva l'archivio. Apriva una porticina bassa e nascosta dietro l'altare della cappella di San Francesco da Paola, così antica e anonima che nessuno, da decenni, doveva essersi ricordato della sua esistenza.
Dentro c'era uno stipo di legno, e dentro lo stipo un plico legato con lo spago. Lo aprii con le mani che tremavano, convinta di aver trovato la fine di tutto.
Non c'era il registro del 1943.
C'era una lettera, scritta a mano da don Carlo Cosimato poco prima di morire, e una fotografia ingiallita. Nella fotografia, il podestà Marzo e due ufficiali tedeschi in piedi davanti al pozzo di una masseria di campagna. Dietro la fotografia, un nome che avevo già sentito pronunciare a Roca: Grazia. E sotto, con la grafia minuta di don Carlo, una sola riga:
«Il registro non è qui. È dove tutto è cominciato. A Torre Mancina. Presso i Castriota. Finché quella pietra resta in piedi, la verità resta in piedi con lei.»
Rimasi a lungo immobile nel buio di quella cappella, con la fotografia tra le dita.
Non avevo trovato le carte. Avevo trovato la mappa per cercarle. E la mappa portava dritta verso una masseria del Settecento tra Maglie e Otranto, verso una famiglia che si chiamava Castriota, e verso un incendio che — lo sentivo, come si sente aria di pioggia nelle ossa — stava già covando sotto la cenere.
Uscii dalla chiesa nella luce bianca di mezzogiorno. Lecce brillava, innocente e dorata, e i turisti mangiavano pasticciotti sulla scalinata senza sapere che sotto i loro piedi, da ottant'anni, qualcuno continuava a morire per un foglio di carta.
Tirai fuori il telefono e chiamai De Giorgi.
«Maresciallo», dissi. «Non è finita. Le carte del '43 non erano a Santa Croce. Sono a Torre Mancina, in una masseria tra Maglie e Otranto. E temo che qualcuno, stanotte, stia già preparando il fuoco.»