🖋️ Scritto da Maya⏱️ Tempo di lettura: ~15 min📍 Roca Vecchia & Lecce📖 5 Capitoli integrali
👥 I Personaggi del Caso
Maya: Voce narrante, investigatrice informale e scrittrice.
Donato Marzo: 72 anni, antiquario di Lecce trovato senza vita sugli scogli.
Tonino "Lu Rizzu": 64 anni, pescatore di Roca Vecchia e fidato confidente.
Maresciallo De Giorgi: Comandante Carabinieri di Melendugno.
Luca Marzo: 35 anni, nipote della vittima, commercialista indebitato.
Grazia Schipa: 58 anni, titolare della trattoria La Lampara.
Cosimo Rausa: Ex sindaco del litorale legato alla speculazione turistica.
Capitolo Primo
Il Sale sulla Pelle e la Chiamata dell'Alba
Il telefono squillò alle cinque e diciotto del mattino.
A quell'ora, nel centro antico di Lecce, il silenzio è una lastra di tufo pesante. Non si sentono motori, non si sentono passi. C'era soltanto il fischio della tramontana che sbatteva contro gli stipiti intagliati del mio balcone in corte dei Pandolfi, portando quell'aria fredda, tagliente, che asciuga la gola, carico di sale, come solo il vento dell'Adriatico può essere.
Allungai la mano nel buio. Sul display della vecchia lampada da tavolo vidi il nome lampeggiare: Tonino Melendugno.
Tonino non telefona mai. In vent'anni che lo conosco, Tonino usa la voce solo se il mare ha rotto gli ormeggi o se qualcuno sta affogando.
«Maya?»
La sua voce era increspata come le onde di maestrale, roca di fumo amaro e sonno corto.
«Tonino. Che succede?»
«Non venire con la macchina pulita. Mettiti gli stivali e scendi alla torre di Roca. Quella vecchia, dove stanno i ruderi messapici.»
Trattenni il fiato. Sentivo in sottofondo lo schianto ritmico dell'Adriatico contro la pietra calcarea.
«Cosa c'è, Tonino?»
«C'è un cristiano nell'acqua. Ai piedi del faraglione grande. E non è annegato per sbaglio: ha le mani legate dietro la schiena con la sagola da palamito.»
Prima che potessi domandargli altro, riagganciò.
Mi infilai i jeans scuri, un maglione di lana grezza e il mio fedele trench blu notte. Sul tavolo della cucina mandai giù un caffè nero fatto la sera prima, freddo come il marmo. Presi il taccuino in pelle con la penna stilografica, la torcia da speleologia e le chiavi della Panda scassata.
Uscii per i vicoli. Lecce a quell'ora era una città spettrale, bellissima e crudele: i volti ghignanti dei leoni barocchi sotto i balconi di palazzo Carafa sembravano guardarmi con sarcasmo. Salii a bordo e puntai dritto a est, imboccando la provinciale verso San Cataldo e poi giù per la litoranea, tra file sterminate di ulivi nodosi che nel buio parevano giganti contorti dal dolore.
Quando arrivai a Roca Vecchia, l'orizzonte orientale cominciava a colorarsi di una striscia livida, color piombo e rame.
La Grotta della Poesia era lì sotto, chiusa dai cancelli di protezione turistica. Ma il sentiero dei pescatori tagliava dritto per la scogliera bassa, tra cespugli di finocchio di mare e spaccature nella roccia friabile. Il vento mi schiaffeggiò la faccia, salato e feroce.
Tonino era in piedi sul ciglio del promontorio, con la cerata gialla sbiadita e le mani sprofondate nelle tasche. Fumava un mozzicone di Nazionale senza filtro.
«Dov'è?» gli chiesi, avvicinandomi a fatica controvento.
Lui non rispose a parole. Puntò l'indice calloso e ingiallito dalla nicotina verso una conca naturale, una decina di metri più in basso, dove l'acqua marina ribolliva tra due speroni di roccia aguzza.
Lo vidi subito.
Galleggiava a faccia in giù. I vestiti erano pesanti, impregnati d'acqua scura: giacca di velluto a coste, camicia azzurra macchiata di fango marino, scarpe all'inglese di pelle marrone. Le braccia erano tese dietro la schiena, strette ai polsi da nodi serrati con cordame sintetico verde acido.
Ma la cosa che mi gelò il sangue non furono le corde.
Accanto al corpo, incastrato in una fenditura dove la risacca non riusciva a spazzarlo via, c'era un frammento imponente di ceramica scura. Un collo d'anfora con due anse possenti, decorato a figure rosse, spezzato di netto.
«Lo conosci?» mormorò Tonino senza voltarsi.
Riconobbi la corporatura, la calvizie parziale coronata da capelli candidi, e l'orologio d'oro al polso sinistro, con il cinturino di coccodrillo che brillava nel primo barlume d'alba.
«Donato Marzo» dissi, e la mia voce fu quasi inghiottita dal mugghio delle onde. «L'antiquario di via dei Templari.»
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Capitolo Secondo
L'Anfora Spezzata e il Sigillo del '43
«Hai chiamato i carabinieri?» chiesi a Tonino.
«Ho chiamato prima te. Sapevo che se arrivavano loro con le sirene, qui calpestavano ogni zolla. Ti conosco, Maya. So che con Donato avevi un conto in sospeso.»
Non era un conto in sospeso personale. Era una questione di memoria. Donato Marzo era l'uomo più rispettato e più ambiguo del commercio d'arte leccese. Per la buona borghesia era il signore colto che stimava comodini del Settecento e argenterie borboniche. Per chi conosceva le rotte sotterranee del Salento, Donato era il "filtro": colui che sapeva a quale collezionista svizzero o milanese proporre un cratere messapico appena scavato illegalmente nei campi di Vaste o strappato ai fondali di Porto Badisco.
«Fammi scendere» dissi.
Scesi lungo la parete di roccia bagnata, aggrappandomi agli anfratti del calcare. La pietra di Roca è tagliente, piena di fossili marini che ti graffiano i palmi se scivoli. Quando toccai il basolato umido vicino all'acqua, il rumore del mare era assordante.
Mi avvicinai al corpo senza toccarlo. C'era una ferita profonda alla base della nuca: un colpo sferrato con un corpo contundente smussato prima che cadesse in acqua. Non era annegato: non aveva acqua nei polmoni a giudicare dalla postura, era morto prima di toccare l'Adriatico.
Poi mi chinai sull'anfora.
Era un cratere a campana apulo del IV secolo a.C., dipinto con figure di satiri e baccanti. Ma la frattura sul ventre del vaso era geometrica, quasi chirurgica: tre pezzi incastrati l'uno nell'altro con violenza. E dentro la bocca del reperto, tra uno strato di rena bagnata, scorsi un cilindro scuro.
Estrassi una pinzetta tascabile e tirai con delicatezza millimetrica.
Non era piombo, né legno. Era un foglio di carta pergamenata, arrotolato e sigillato con un disco di ceralacca rosso cupo.
La ceralacca era intatta. E al centro del sigillo non c'era uno stemma nobiliare leccese, né un monogramma ecclesiastico. C'era un'aquila stilizzata con ali aperte e una data incisa con caratteri a punzone d'acciaio:
1943.
Un brivido mi attraversò la schiena. Nel settembre del 1943, il Salento era stato il corridoio segreto del Regno del Sud, la terra dove re Vittorio Emanuele III e Badoglio fuggirono dopo l'armistizio, ma anche l'avamposto dove comandi tedeschi in ritirata e reparti repubblichini avevano nascosto casseforti d'archivio prima di abbandonare i porti di Otranto e Brindisi.
Donato Marzo aveva novant'anni di storia familiare legata a quell'anno. Suo padre era stato podestà di un feudo vicino a Melpignano.
Sentii il rumore di pneumatici che inchiodavano sullo sterrato sopra la scogliera, seguito dal tonfo secco di portiere che sbattevano.
I Carabinieri erano arrivati.
Richiusi con cautela il rotolo e lo fotografai ad altissima risoluzione con il telefono prima che l'ombra della scogliera sparisse del tutto. Poi risalii il sentiero proprio mentre il maresciallo De Giorgi appariva sul ciglio della rupe, con la cartellina sottobraccio e il bavero della divisa tirato su contro il vento.
«Maya» disse De Giorgi, scuotendo la testa con un sorriso amaro. «Se c'è un cadavere tra Torre dell'Orso e Otranto, posso scommettere la pensione che ti trovo già sul posto.»
«Maresciallo. Questa volta non è una lite di pescatori per le nasse. È Donato Marzo.»
Il sorriso di De Giorgi si spense all'istante. Guardò giù verso l'acqua. «L'antiquario? Che diavolo ci faceva Marzo a Roca Vecchia alle quattro del mattino?»
«Qualcuno gli aveva dato appuntamento per restituirgli qualcosa. O per fargli pagare il conto di ottant'anni fa.»
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Capitolo Terzo
La Bottega dei Templari e il Nipote Assente
Alle undici del mattino, dopo che il magistrato di turno ebbe autorizzato il recupero della salma e la scientifica ebbe recintato l'intera scogliera con il nastro bicolore, mi ritrovai a Lecce.
Il sole di mezzogiorno era alto, implacabile, ma non scaldava. La pietra leccese di via dei Templari rifletteva una luce dorata che feriva gli occhi, mentre i turisti camminavano pigramente mangiando pasticciotti caldi, ignari che a venticinque chilometri di distanza uno dei patriarchi della città giaceva sul tavolo d'acciaio dell'obitorio del Vito Fazzi.
La bottega di Donato Marzo, Antichità Messapiche, aveva la saracinesca a maglie di ferro abbassata a metà.
Mi infilai sotto la saracinesca. La porta di noce massiccio era accostata.
Dentro, l'aria profumava del solito miscuglio che avevo imparato a riconoscere negli anni: cera d'api, polvere di legno vecchio, libri con copertine in pergamena e quell'aroma resinoso di incenso che Donato bruciava sempre per coprire l'umidità delle mura medievali.
«C'è qualcuno?» dissi a voce ferma.
Un rumore metallico provenne dal retrobottega.
Feci tre passi lenti sul parquet scricchiolante, superando una consolle barocca con putti dorati e una vetrina colma di monete greche d'argento.
Dall'arco che portava all'ufficio privato sbucò un uomo sulla trentina, con una camicia bianca spiegazzata, le maniche rimboccate e le occhiaie scavate di chi non dorme da quarantotto ore. Stringeva in mano una cartelletta di cartone verde chiaro.
Era Luca Marzo, il nipote.
Si bloccò quando mi vide. Il suo sguardo andò dalla mia faccia alla borsa che tenevo a tracolla.
«Tu sei Maya» disse, con voce tesa, priva di convenevoli. «Cosa ci fai qui? La bottega è chiusa.»
«Tuo zio è morto, Luca. Lo hanno trovato all'alba a Roca Vecchia.»
Non trasalì. Non ci fu lo shock spontaneo di chi riceve una notizia devastante. Deglutì soltanto, stringendo le dita attorno alla cartelletta fino a sbiancare le nocche.
«Lo so» mormorò. «Mi hanno chiamato i carabinieri un'ora fa.»
«E invece di correre all'obitorio o in caserma a Melendugno, sei qui a rovistare nella contabilità di Donato?»
Luca fece un passo indietro, mettendosi di traverso davanti alla porta del retrobottega, come a difendere un territorio invisibile.
«Questa è l'eredità di mio nonno e di mio zio. Ho il diritto di mettere in sicurezza i documenti di famiglia prima che qualche sciacallo metta le mani sull'inventario.»
«Inventario di cosa, Luca? Dei vasi che Donato vendeva ai galleristi di Zurigo? O dell'atto di vendita della tenuta di Melpignano del 1943?»
A quella data, il volto di Luca sbiancò come calce viva.
«Chi... chi ti ha parlato del 1943?»
«Tuo zio aveva un sigillo stretto nel collo di un'anfora spezzata. Un messaggio molto chiaro. Chi doveva incontrare stanotte alla torre?»
Luca tremava visibilmente. Posò la cartella sulla scrivania con cura quasi ossessiva, si passò entrambe le mani tra i capelli scuri e tirò un respiro lungo, tremante.
Mentre le sue mani lasciavano la cartella, i miei occhi caddero su un foglietto giallo appoggiato sul bordo della scrivania, nella grafia corsiva di Donato: «Notaio Di Sante – lunedì, ore 9 – donazione terreni Roca e Melpignano alla Soprintendenza». Accanto, una bozza di lettera incominciata e non finita, indirizzata a don Carlo Cosimato. L'uomo stava preparando la propria redenzione con la stessa meticolosità con cui, per tutta la vita, aveva catalogato i suoi peccati. E il nipote rovistava tra quelle carte come un becchino impaziente.
«Donato era impazzito» disse a mezza voce, crollando su una sedia imbottita di velluto rosso. «Da sei mesi riceveva telefonate mute a mezzanotte. Poi una settimana fa è arrivata una busta senza affrancatura, consegnata a mano sotto la porta. Dentro c'era una fotografia in bianco e nero: suo padre, il podestà Marzo, insieme a due ufficiali tedeschi davanti al pozzo della Masseria Donna Laura. E dietro c'era scritto solo un nome: Grazia.»
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Capitolo Quarto
Il Rancore della Scogliera
Lasciai via dei Templari con la sensazione netta che Luca non mi avesse detto tutto, ma il nome che aveva fatto era una pista che non potevo ignorare.
Grazia Schipa.
Conoscevo Grazia da quando ero ragazzina. Gestiva La Lampara, una trattoria a picco sugli scogli tra Roca e San Foca, famosa per le linguine con le cozze nere e per il carattere di ferro della padrona. Suo padre era stato un contadino che negli anni Quaranta lavorava la terra dei Marzo per una miseria.
Erano le quattro del pomeriggio quando spinsi la porta a vetri della trattoria.
I tavoli erano già sparecchiati. Dalla cucina arrivava il rumore ritmico di un coltello che batteva sul tagliere di legno. Grazia era seduta all'angolo del bancone, con un grembiule blu legato in vita, intenta a pulire un cesto di seppie con movimenti precisi, quasi chirurgici.
«Sapevo che saresti venuta, Maya» disse senza alzare la testa dal tagliere. «I carabinieri sono già passati due ore fa. Mi hanno fatto il terzo grado come se fossi una criminale.»
Mi sedetti sullo sgabello di fronte a lei. L'odore di mare e pomodoro fresco riempiva la stanza.
«Ti hanno cercata perché ieri pomeriggio tre pescatori ti hanno sentita urlare contro Donato Marzo sul molo di San Foca. Tonino mi ha detto che gli gridavi che ti aveva tradita.»
Grazia posò il coltello con un colpo secco sul legno. Si asciugò le mani nodose su uno straccio e mi fissò con due occhi scuri, profondi, carichi di una rabbia che il tempo non aveva spento.
«Tradita? Donato non ha tradito me. Ha tradito mio padre, mio nonno e mezza provincia di Lecce.»
«Cosa c'entra il 1943, Grazia?»
La donna si voltò verso la grande finestra che dava sul mare aperto. Fuori, le onde continuavano a infrangersi contro i frangiflutti, alzando spruzzi di schiuma bianca.
«Nell'autunno del '43, prima che gli inglesi prendessero il controllo della costa adriatica, i fascisti di Melpignano e il podestà Marzo nascosero il registro dei beni sequestrati agli antifascisti e alle famiglie ebree salentine. Non erano solo ori e monete, Maya. Erano terreni. Centinaia di ettari di uliveti secolari tra Maglie, Otranto e Melendugno, passati di mano con firme false e atti notarili truccati. Il registro elenca ogni lotto, con accanto i nomi delle famiglie espropriate — gli Attalà, i Cohen di Maglie, la nostra masseria — firmato in proprio dal podestà Marzo e con il timbro della Wehrmacht di fianco. È la prova che tutto ciò che i Marzo hanno venduto dopo era rubato.»
Fece una pausa, e il suo respiro si fece pesante.
«Mio nonno si rifiutò di firmare la cessione della nostra masseria. Tre giorni dopo lo trovarono in fondo a un pozzo. Dissero che era scivolato nel buio. I Marzo si presero tutto. E Donato, per tutta la vita, ha campato vendendo all'estero i reperti trovati in quei terreni rubati.»
«E ieri perché hai litigato con lui?» chiesi con dolcezza.
«Perché Donato voleva vendere l'ultimo lotto. Quello sopra Roca Vecchia, dove ci sono i resti della necropoli. Quel lotto era il cuore della nostra masseria: ci sono la casa, il pozzo in cui mio nonno è morto, e sopra, la necropoli. Aveva fatto un accordo con Cosimo Rausa, l'ex sindaco, per far passare un piano di lottizzazione per un resort di lusso. Gli ho detto che se osava toccare quella terra, avrei portato la copia dell'atto originale del '43 alla Procura di Lecce.»
«L'atto originale? Lo avevi tu?»
Grazia scosse la testa lentamente. «No. Non ce l'avevo io. Era lo stesso registro di cui ti ho parlato: mio nonno ne era riuscito a tenere una copia integrale, con firme e timbri intatti. L'ha nascosta per cinquant'anni, e quando si è ammalato l'ha portata a don Carlo, il parroco della Basilica di Santa Croce a Lecce, perché la custodisse nell'archivio parrocchiale.»
Mi si fermò il respiro.
«E Donato lo sapeva?»
«Lo sapeva eccome» disse Grazia a denti stretti. «Ieri sera mi ha giurato che sarebbe andato a Santa Croce a bruciare quelle carte prima dell'alba. Ma a Roca non ci è andato per incontrare me. Ci è andato perché qualcuno gli aveva promesso di portargli il fascicolo completo in cambio di cinquantamila euro in contanti.»
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Capitolo Quinto
La Notte del Ricatto e il Cerchio che si Chiude
Tornai a Roca Vecchia poco prima delle nove di sera.
Il sole era calato da un pezzo. La scogliera era immersa in un buio fitto, squarciato solo dal fascio di luce ritmico del faro di San Cataldo in lontananza. Non c'era nessuno: la scientifica aveva terminato i rilievi, Tonino era rientrato a casa, e la torre messapica svettava contro il cielo nero come un dente d'osso scheggiato.
Mi sedetti sulla pietra fredda, proprio dove poche ore prima galleggiava il corpo di Donato Marzo.
Avevo tutti i pezzi sul tavolo, eppure il mosaico mancava del tassello centrale.
Donato non era stato ucciso da Grazia Schipa: Grazia voleva la verità giudiziaria, voleva vedere il nome dei Marzo infangato in un'aula di tribunale, non un cadavere in mare che avrebbe bloccato ogni risarcimento.
Donato non era stato ucciso da un tombarolo qualunque: l'anfora spezzata era una messinscena simbolica, studiata per far credere ai carabinieri a un regolamento di conti tra trafficanti d'arte.
Restava una sola persona. Qualcuno che aveva accesso sia alla contabilità di via dei Templari, sia ai debiti accumulati con la speculazione edilizia, sia — soprattutto — all'eredità di Donato: l'unico che ricevesse quei terreni se il vecchio non avesse fatto a tempo a firmare la donazione del lunedì mattina. Qualcuno che avesse abbastanza da perdere da giustificare un omicidio e abbastanza da guadagnare da giustificare un'alleanza con l'ex sindaco Rausa.
Luca Marzo.
Ero ancora lì, avvolta nel mio trench mentre la tramontana mi sferzava i capelli, quando sentii il rombo sordo di un fuoribordo a basso regime.
Mi acquattai dietro il muretto di pietre a secco della scogliera.
Dall'oscurità del mare apparve una lancia da pesca senza luci di via. Si avvicinò a motore spento fino alla secca dei faraglioni, scivolando nell'insenatura riparata dove il corpo era stato trovato all'alba.
Dalla barca scese un uomo con una muta da sub scura e una borsa stagna sulle spalle. Risalì la china con passo svelto, muovendosi con la sicurezza di chi conosce ogni sporgenza della roccia.
Puntò la luce rossa di una torcia schermata dritto verso la spaccatura dove l'anfora era stata ritrovata.
Cercava il rotolo di pergamena. Il rotolo che avevo tolto io dodici ore prima.
Feci scattare la mia torcia alogena da mille lumen, inondando l'uomo di luce bianca accecante.
«Cercavi questo, Luca?» dissi ad alta voce, tenendo in mano la copia sigillata della pergamena.
L'uomo si schermò gli occhi con il braccio, inciampando sui sassi bagnati. Sotto il cappuccio della muta c'era il volto stravolto di Luca Marzo.
«Maya... dammi quella roba» ringhiò, con la voce rotta dal terrore. «Tu non capisci in che cosa ti sei infilata.»
«Capisco fin troppo bene, Luca. Sei stato tu a chiamare tuo zio ieri sera. Sapevi che Donato era terrorizzato dal fascicolo del 1943. Gli hai promesso le carte in cambio di cinquantamila euro in contanti — un'esca che sapevi non poter mantenere, perché quelle carte non le hai mai avute — e gli hai dato appuntamento qui, sulla scogliera deserta, fingendo di volerlo salvare dallo scandalo.»
Luca fece un passo verso di me, ma la scogliera dietro di lui cadeva a strapiombo sull'Adriatico in tempesta.
«Lui voleva costituirsi!» gridò Luca, e la voce gli tremava isterica contro il vento. «Il vecchio era impazzito dai rimorsi! Lunedì mattina, alle nove, aveva appuntamento dal notaio Di Sante per donare tutti i terreni di Roca e Melpignano alla Soprintendenza! Se lo avesse fatto, non avrei ereditato niente, la banca mi avrebbe pignorato la casa a Bologna e lo studio! Quei terreni erano i miei, Maya, dovevano essere i miei! Zio e Rausa si erano detti sì a voce, ma mio zio non aveva mai firmato niente — si stava già tirando indietro. Allora Rausa è venuto da me: «Se tuo zio non vende, vendi tu, da erede». Il compromesso preliminare l'ho firmato io, tre settimane fa, per quattro milioni. E quando ho scoperto che lunedì il vecchio donava tutto alla Soprintendenza...»
«E così lo hai colpito alla nuca con l'ancora della barca, gli hai legato le mani e lo hai buttato in acqua.»
«È stato un incidente! È scivolato mentre litigavamo!»
«I nodi di bitta ai polsi non si fanno da soli durante una scivolata, Luca.»
Luca allungò una mano verso la tasca della cintura da sub, ma prima che potesse estrarre qualsiasi cosa, una voce metallica e perentoria ruppe la notte dall'alto della torre:
«Fermi tutti! Carabinieri! Marzo, metta le mani sulla testa e non si muova!»
Due fari potenti si accesero dalla sommità dei ruderi messapici. Il maresciallo De Giorgi e tre uomini in tenuta operativa sbucarono dai muretti a secco, bloccando ogni via di fuga.
Avevo avvisato De Giorgi due ore prima, dopo aver parlato con Grazia. Sapevo che chiunque avesse messo quel falso reperto nell'anfora sarebbe tornato a verificare che il messaggio fosse stato recepito.
I militari bloccarono Luca a terra, facendogli scattare le manette sui polsi ancora bagnati di salsedine. Sul cofano della gazzella, davanti a noi, svuotarono la borsa stagna: una muta di ricambio, e poi il compromesso preliminare di vendita con lo Studio Immobiliare Rausa, firmato da Luca come erede presuntivo dei terreni di Donato. In fondo alla borsa, un biglietto annotato a matita, stropicciato: «50.000 contanti – dirgli che le carte del '43 sono a Santa Croce – appuntamento a Roca, torre, prima dell'alba». L'esca del ricatto, scritta di pugno da chi l'aveva tesa.
Mentre lo portavano su verso le gazzelle, De Giorgi si avvicinò e si accese una sigaretta al riparo del vento.
«Bel colpo, Maya. Il caso è chiuso. Il nipote confesserà prima di domattina.»
Guardai il mare nero che continuava a ruggire contro i faraglioni di Roca. Il vento di tramontana stava calando, lasciando spazio a un'aria più pesante, tiepida e umida. Scirocco.
«Il caso dell'omicidio è chiuso, Maresciallo» dissi piano. «Ma la storia del 1943 è appena cominciata.»
«In che senso?»
«Nel senso che Luca non aveva quel fascicolo. Chi ha ucciso Donato non ha trovato le carte originali. Sono ancora nascoste.»
«E dove sarebbero?»
Guardai verso l'interno, verso le luci soffuse che a occidente illuminavano il profilo barocco di Lecce.
«In sagrestia. A Santa Croce. E se conosco questa terra... qualcuno sta già preparando il veleno.»